La scrittura giapponese si basa su due diversi sistemi di scrittura: kanji (lett. ‘segni cinesi’) da un lato e i sillabari fonetici detti kana (lett. ‘nome provvisorio’), ossia lo hiragana e il katakana dall’altro.
Lo
hiragana è usato per scrivere le parti sintattico-funzionali del discorso (particelle, preposizioni, suffissi, ecc); mentre il katakana è usato per i gairaigo (lett. ‘parole che vengono da fuori’) ossia per le parole di origine straniera. Talvolta il katakana è usato anche per le onomatopee (soprattutto nei manga), per i nomi propri di persona non giapponesi, per alcuni linguaggi settoriali legati alle tecnologie, alla tassonomia scientifica (es. in botanica, nomi di fiori e piante) e ancora per questioni stilistiche, quando si vuole dare maggiore enfasi a certe parole: l’effetto stilistico è simile a quello di una sottolineatura o di una parola in grassetto. I kanji sono usati normalmente per scrivere le parti ‘significative’ del discorso, ossia sia i
kango (lett. ‘parole cinesi’) ovvero parole di origine cinese, composte da due o più kanji, ma anche le parole di origine giapponese ossia i wago (lett. ‘parole giapponesi’).
Es.: NIHON è un kango; YAMATO è un wago, può essere scritto in kanji, ma di recente a livello stilistico prevale la tendenza a scrivere in hiragana le parole d’origine autoctona.
A questa prima triplice ripartizione, va aggiunto l’uso che la lingua giapponese pure contempla del romaji (lett. ‘segni latini’) ed ancora due varianti stilistiche dei sillabari kana: il furigana e lo okurigana.
Il
furigana (lett. ‘kana appeso’) indica la modalità adottata dalla lingua giapponese per fornire la lettura dei kanji, ossia ponendo accanto ad essi (se si scrive in verticale) o sopra (se si scrive in orizzontale) dei piccoli caratteri hiragana (molto più raramente katakana, se si vuole veicolare, oltre alla lettura, anche un’idea di enfasi, sottolineatura del significato del kanji stesso o altri elementi extralinguistici o paralinguistici). Proprio perché indica la pronuncia, il furigana è chiamato anche yomigana (lett. ‘kana per la lettura’) ed è frequente (1) nei libri per bambini o più in generale nei libri di testo pensati proprio per persone il cui patrimonio conoscitivo in termini di kanji può essere limitato; (2) nei manga spesso a sottolineare elementi extra-linguistici come l’intonazione o la velocità dell’eloquio o il tono della frase (in questo caso il furigana può essere costituito da katakana); ed infine il furigana è usato sempre (3) per indicare la pronuncia dei nomi propri che risultano di difficile lettura per gli stessi giapponesi. Sotto un esempio di furigana usato con un proverbio e con un nome proprio:

Romaji: ‘sen ri no michi mo ippo yori hajimaru’.
せんりのみちもいっぽよりはじまる
Traduzione: “Anche una strada di 1000 ri inizia con un passo”.
Ri è un’unità di misura pari a quasi 4 Km

Kato Shuichi
Un esempio di furigana verticale in un manga:
“Aah, nagareboshi”
(Ah, una stella cadente)

Un altro esempio di furigana, posto in orizzontale, sotto due kanji in un’insegna che indica il nome di una stazione:
Kyodo eki
Dal periodo Meiji sino all’immediato dopoguerra, l’uso del furigana non è stato sottoposto ad una alcuna precisa convenzione stilistico-letteraria, né ad altri vincoli normativi; al contrario gli scrittori giapponesi hanno trovato nel furigana un utile alleato per la loro creatività con le parole:
1)con il furigana si possono suggerire nuove letture a parole composte, che sarebbe state pronunciate diversamente, in base alle norme ortografiche e fonetiche in uso.
Ad es. nel romanzo Fukai kawa (ふかいかわ, Fiume Profondo, 1996) ultima fatica letteraria di Endo Shusaku, il nome di una donna fra i personaggi protagonisti è Moira, scritto in katakana come tutti i nomi stranieri, ma con la glossa in furigana contenente la parola unmei (うんめい ,destino) e questo per trasmettere al lettore giapponese il riferimento mitologico alla Dea del Fato nella tradizione mitologica greca, la Moira o le Moire, secondo altre interpretazioni. In sostanza, si ha una grafia di questo tipo:

2) Soprattutto nei testi d’epoca Meiji, dopo l’apertura al sapere occidentale, il furigana permetteva spesso di spiegare il significato di una parola straniera, riportata in romaji nel testo. Nomi come Italia Francia, ma anche Commodoro Perry venivano rese con kanji arcaici dal significato spesso oscuro e che sarebbero rimasti indecifrabili ai giapponesi se non vi fossero state le glosse in furigana. Ad esempio la parola ‘self-portrait’ poteva avere la glossa jigazo (autoritratto) scritta in hiragana o in kanji.

oppure

In altre parole il furigana era ed è un grande strumento per la ‘democratizzazione’ della scrittura in kanji, in quanto suggerendo la lettura, chiarendo il significato, consente una fruizione e leggibilità del testo maggiore. Non a caso il valore del furigana come strumento educativo nelle scuole è ancora oggi quanto mai necessario nel percorso di alfabetizzazione del singolo.
Ma quando nasce il furigana? Secondo alcuni, le prime tracce di un uso in qualche modo precursore del furigana si trovano già nel Kojiki sotto forma di annotazione posta accanto ai toponimi o ai nomi di divinità giapponesi: in questo caso non essendoci un equivalente nella tradizione cinese, per scrivere questi nomi di luoghi o di dei, si usano dei kanji e se ne suggeriva la pronuncia annotando nel testo altri kanji di pronuncia nota e omofona. Ad esempio ‘tatsu’ たつ con il significato di drago, poteva essere annotato da ‘tatsu’ alzarsi, stare in piedi.
Questi antichi tentativi, precursori del furigana, ben ci dicono della difficoltà di maneggiare la scrittura cinese e di adattarla al contesto linguistico nipponico; il furigana vero e proprio nascerà però solo successivamente all’invenzione dei due kana. La teoria più accreditata vuole che i primi furigana compaiano come glosse scritte in katakana in testi sino-giapponesi (kanbun kundoku).
Dopo la II guerra mondiale, a fronte della notevole riduzione dei kanji, anche l’uso del furigana sembrava dovesse subire dei contraccolpi, essendo sempre meno necessario l’uso di glosse per una lingua che si andava orientando verso i kana. In realtà il furigana è ben lungi dal cadere in disuso, in quanto assolve ancora oggi un’importante funzione) decodificare la pronuncia dei nomi propri giapponesi, spesso scritti con combinazioni di kanji particolarmente arcaici) nel linguaggio dei fumetti il furigana esprime tutti quegli tratti sovrasegmentali o prosodici che accompagnano ogni realizzazione fonetica del linguaggio e che altrimenti andrebbero persi: tono, intonazione, accento, durata/velocità dell’eloquio
Lo
okurigana (lett. ‘kana che accompagna’) è invece una modalità di impiego specifica soltanto dello hiragana, usato per le parti flessive del discorso (coniugazioni di verbi, flessione di aggettivi, particelle, avverbi, ecc). Lo okurigana viene usato soltanto con lessemi puramente giapponesi, ossia con quelle parole che, pur se scritte con i ‘segni cinesi’, hanno una loro lettura autoctona e presentano una lettura kun (kunyomi); lo okurigana è dunque la parte di hiragana che segue un kanji ed è una modalità che interviene quando un lessema viene reso dal kanji per la parte semantica (unità minima di significato, per molti versi identificabile con la ‘radice’ della parola) e dallo hiragana per la parte sintagmatico-funzionale.
Se prendiamo la parola italiana ‘bambini’, questa è suddivisibile in ‘bambin’ (parte semantica) a cui posso aggiungere il morfema ‘o’/’i’ (per il sing./plur. maschile) o il morfema ‘a’/’e’ (per il sing./plur. femminile), ma anche altri morfemi per costruire nuove parole come in ‘bambin–aia’, o ‘bambin-esco’.
Gli esempi sotto in giapponese dovrebbero chiarire il concetto:
E’ caldo (agg.) = atsui —あついい atsui
Kanji + hiragana ‘
i’
che indica presente dell’aggettivo.
Era caldo (agg.) = atsukatta —あつかった atsukatta
Kanji + hiragana ‘
katta’
che indica la forma passata dell’aggettivo.
Non è caldo (agg) = atsukunai —あつくないい atsukunaii
Kanji + hiragana ‘
kunai’ che indica la forma negativa presente dell’aggettivo.
Non era caldo (agg) = atsukunakatta —あつくなかった atsukunakatta
Kanji + hiragana ‘
kunakatta’ che indica la forma negativa passata dell’aggettivo.
Non è sempre immediata la distinzione fra questi due aspetti e può sorgere il problema di come dividere il lessema, individuando in modo corretto la parte semantica (radice) da quella sintattica (declinabile). E’ sempre utile il ricorso al vocabolario, per verificare qual è l’ortografia corretta.
Una pagina giapponese può dunque comprende ben 6 sistemi di scrittura differenti: kanji, hiragana, katakana, furigana, numeri arabi e lettere dell’alfabeto latino (romaji). Questa commistione armonica e funzionale di tutti questi sistemi di scrittura costituisce il fascino e la difficoltà della lingua giapponese. Per ogni sistema di scrittura esiste uno specifico ambito di applicazione e i ruoli svolti non sono affatto interscambiabili. E’ necessario dunque conoscere non solo il sistema segnico ma anche il suo uso contestualizzato nella lingua. Inoltre, poiché la spaziatura in giapponese non è fra le parole, ma fra le frasi ed i periodi (wakachigaki わかちがき, la separazione fra parole, che manca in giapp.), l’uso di questo o quel sistema segnico chiarifica visualmente la fine delle parole, indicando desinenze e terminazioni del discorso.
Edited by yurippe_watanabe - 15/10/2004, 00:28